Conferenza di Durban 2011: si raggiungerà l’accordo per Kyoto “2”?

A Durban, in Sudafrica, è iniziata il 28 novembre la diciassettesima Conferenza (COP17) sui cambiamenti climatici organizzata dall’Onu. I rappresentanti di circa 200 Paesi dovranno in dieci giorni trovare un’intesa su come contenere l’aumento della temperatura media globale entro i due gradi per bloccare il surriscaldamento del Pianeta.

Due le questioni principali sul tavolo: se e come proseguire il protocollo di Kyoto, l’unico trattato internazionale vincolante per ridurre le emissioni inquinanti in scadenza nel 2012, e se istituire un Fondo verde per il clima da 100 miliardi di dollari all’anno fino al 2020 per aiutare i Paesi più poveri a sostenere i costi della riduzione delle emissioni di gas serra.

Ma questi obiettivi sono considerati da molti difficili da raggiungere poiché è evidente che alcuni dei maggiori inquinatori mondiali come Stati Uniti (che non hanno mai ratificato il protocollo di Kyoto), Giappone, Russia, India e Brasile sono favorevoli a rallentare i negoziati sul clima e a prendere una pausa di riflessione fino al 2015, mentre l’Europa vorrebbe cominciare subito una nuova roadmap negoziale per un trattato globale che entri in vigore per il 2015. Nel frattempo a mostrare la loro preoccupazione sono invece i piccoli Stati del mondo, ossia Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Honduras, Nicaragua, Dominica, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda, i più colpiti dai danni climatici, che vorrebbero un taglio immediato delle emissioni e spingono per trovare un nuovo accordo valido almeno fino al 2020, invitando però i Paesi sviluppati ad assumersi le proprie responsabilità riguardo alle maggiori emissioni del passato.

L’Europa ha la possibilità di costruire un’alleanza trasversale tra i paesi industrializzati e in via di sviluppo in grado di spingere Stati Uniti, Cina e India ad approvare un mandato per sottoscrivere un accordo globale che abbia come riferimento fondamentale il protocollo di Kyoto. Il nuovo accordo dovrà rispettare i principi di equità riconosciuti dalla convenzione sul clima (UNFCCC), tener conto delle responsabilità storiche dei paesi industrializzati, essere adottato entro il 2015 ed entrare in vigore non oltre la fine del secondo periodo d’impegno del protocollo di Kyoto. Solo in questo modo sarà possibile avviare un processo credibile di riduzione delle emissioni – in coerenza con le ultime previsioni scientifiche – di almeno l’80% entro il 2050 e tenere sotto controllo i mutamenti climatici in atto. Si tratta per l’Ue di un impegno che non richiede grandi sforzi aggiuntivi rispetto all’obiettivo comunitario già fissato del 20% di riduzione delle emissioni entro il 2020 e di un aggiornamento al 30% entro la stessa data. L’aggiornamento sarebbe, per altro, una procedura tecnica, già prevista dal Protocollo di Montreal per la protezione dello strato d’ozono, che non comporta una nuova ratifica.

Tuttavia, con i governi del Nord del mondo concentrati sui problemi della finanza, la crisi ecologica è passata in secondo ordine. Purtroppo anche i media non hanno acceso i riflettori su questo problema fondamentale, rivelandosi così profondamente funzionali a questo sistema economico-finanziario che, di fronte al suo evidente fallimento, non mette in discussione l’attuale modello di sviluppo e continua ottusamente a parlare di “crescita” e contemporaneamente di sviluppo sostenibile nelle conferenze di settore, come se le due cose fossero separate.

Greenpeace ha pubblicato un interessante rapporto per Durban “Who is holding us back?” (Chi rema contro?) in cui si evidenzia come le multinazionali, le vere grandi elettrici dei governi, siano fortemente interessate a mantenere lo status quo. Chi sono queste multinazionali rilevate nel documento di Greenpeace? “Soltanto negli Stati Uniti, ogni anno si spendono 3,5 miliardi di dollari in attività di lobby a livello federale. Royal Dutch Shell, Edison Electric Institute, PG&E, Southern Company, Exxon Mobil, Chevron, BP e Conoco Phillips sono nella lista dei 20 più grandi lobbisti. L’organizzazione non governativa 350.org stima che il 94% dei contributi dell’US Chamber of Commerce siano stati usati per sostenere candidati che negano l’esistenza dei cambiamenti climatici. Associazioni di categoria di settori specifici, come l’American Petroleum Institute, la Canadian Association of Petroleum Producers, l’Australian Coal Association, l’Energy Intensive User Group in Sud Africa o le associazioni europee dell’acciaio e della chimica come la Cefic, la Business Europe e l’Eurofer hanno preso apertamente posizione contro le misure per tagliare le emissioni di gas serra e fatto campagne per l’utilizzo indiscriminato di fonti fossili di energia.”

E così, all’inizio dell’ultima e cruciale settimana di negoziazione a Durban ancora poco si è mosso verso un nuovo accordo vincolante che possa sostituire il Protocollo di Kyoto. Anzi, il raggiungimento del cosiddetto Kyoto 2 sembra ancora lontano. Tuttavia, è stata decisa la sede della prossima Conferenza mondiale sul Clima, la Cop18, che si svolgerà in Qatar, Paese che emette più CO2 pro-capite (53,4 tonnellate all’anno, tre volte quelle di un americano e 10 quelle di un cinese) dal 26 novembre al 7 dicembre 2012.

C’è tempo ancora fino al 9 dicembre e allora non ci resta che associarci all’invito di Greenpeace e mandare la nostra cartolina virtuale al neo ministro dell’Ambiente Corrado Clini “Il clima cambia. La politica deve cambiare” sperando che l’Italia possa finalmente assumere “una posizione forte e ambiziosa per la salvaguardia del clima e per il rinnovo del protocollo di Kyoto“.